IL TITANISMO

Mister Olympia ieri e oggi


Finalmente un eccellente articolo in controtendenza, uscito su un noto settimanale italiano, difende il bodybuilding dai pregiudizi e dalle malevolezze di molta gente comune che marchia gli atleti del settore come drogati o impotenti.
L’articolo elogia le doti che contraddistinguono questi grandi atleti la cui “colpa” (a detta degli invidiosi prevenuti) è di aspirare a un corpo da Ercole.


“Uomini e donne che amano farsi ammirare e adorano l’idea di essere dei prototipi, ma che sono soprattutto in sfida con se stessi e che affrontato sacrifici quasi ascetici pur di superare i propri limiti”

Peccato che l’autore dell’articolo prenda un vistoso abbaglio quando giunge alle conclusioni:


“Per un pregiudizio molto cattolico, gli italiani sono colpiti negativamente da una corporeità molto vistosa. Non si vede perché la bellezza erculea non possa avere cittadinanza come quella apollinea e debba essere considerata volgare; e non si vede perché per ottenerla non si possano utilizzare con intelligenza i ritrovati della medicina.”

Qui l’errore è palese e clamoroso.
Questi pregiudizi non nascono certo dalla cattolicità dell’Italia ma da tutt’altro. Opposto ad essa.
In Italia è diffuso un sentimento, diventato pressoché generale, di invidia sociale e sotto-valutazione del bello immesso da una certa ideologia marxista (ma dalla quale sono ormai influenzati anche coloro che non si reputano tali) per la quale la denigrazione è l’unica arma per fronteggiare la superiorità dell’altro e che quindi porta anziché ad ammettere i meriti e la forza di questi atleti a liquidarli tutti indistintamente come montagne di muscoli senza cervello.
Questo giudizio nasce quindi non da un sostrato cattolico ma da una malevola invidia o “sindrome della volpe e l’uva” e dall’odio di classe, elementi tipicamente di derivazione marxista.
Sei più capace, sei competitivo, hai di più o sei più bello?
Scatta la denigrazione e la corsa a sminuire o infangare i meriti. Per appiattire e mediocrizzare.
La volpe non riuscendo a raggiungere l’uva dice che è acerba.
La persona normale o mediocre che non riesce a ottenere quello che ottengono i bodybuilder, ovvero un fisico da erculeo superuomo, per invidia lo liquida come stupido e dopato, senza valutare singolarmente la persona.
Se uno notasse quello che pronuncia queste frasi vedrebbe che il suo giudizio scaturisce sempre da un suo difetto psicologico o senso di inferiorità
Il problema non risiede nel bodybuilder e nella sua eventuale doping, tutto da dimostrare, ma nella rabbiosa invidia di chi non riesce ad eguagliarlo.
Chi invece è in buona fede altro non potrebbe fare che ammettere che un siffatto fisico è perfetto e superomista.
Un’altra categoria spesso ipocrita e ambigua è quella dei critici d’arte e dei fruitori della stessa.
Quando vedono un quadro o una statua ( rappresentazione dell’ideale o del reale) che raffigura una figura nobile, possente e vigorosa, molti ne rimangono folgorati, spendono paroloni di ammirazione ma quando la stessa figura la vedono nel reale, in carne ed ossa, per loro non è più un ideale di perfezione né un qualcosa di ammirevole.
La figura ideale lo è anche quando, pur raramente, si concretizza nella realtà. Per loro no.
Se c’è un Ercole di marmo ne sono ammirati, dibattono del “bello “ e dello stile dell’autore dell’opera, quando invece vedono un Ercole in carne ed ossa ne sono schifati.
Un famoso scrittore latino diceva: “Graecia capta ferum victorem cepit”.
Ovvero la greci conquistata militarmente dai Romani conquistò il feroce vincitore con la sua cultura.
Infatti la cultura italiana prima che dai Romani deriva da i greci.
E conseguentemente tutta la tradizione mitologica della perfezione greca, da Ercole a Fidia.
Inutile dire che oggi questo concetto di bello è offuscato dall’invidia e dall’estetica del brutto e cadente.
E appunto siamo governati da persone brutte fuori e dentro.
E appunto l’Italia a differenza che di altri stati, è governata da una gerontocrazia mummificata.
L’opposto della civiltà del kalos kai agathos greco, ma anche rinascimentale, che vedeva nella perfezione fisica e intellettuale un bagaglio inscindibile per valutare il valore di una persona.

Avere un fisico erculeo non è inversamente proporzionale all’intelligenza. Anzi.
Lo dimostrano varie persone di successo, primo tra tutti un governatore con ben due lauree.


I culturisti non sono condannati a morire giovani: si può invecchiare serenamente pur avendo assunto sostanze che sono considerate proibite, come testimoniano le gare over 50, over 60 e certi governatori della California”


Il titanismo e la “fisicità” è sempre stato patrimonio ideale da cui hanno attinto i più grandi artisti italiani da Michelangelo a Canova.
È sempre stata prerogativa greca e italiana
Pure il fascismo l’ha esaltato, influenzato anche dall’ideale futurista.
Solo dopo è venuto meno.
Solo dopo l’avvento del nichilismo marxista in tutti gli ambiti, compreso quello artistico.
Il cattolicesimo che c’era già da secoli non aveva mai ostacolato l’ideale estetico erculeo anzi l’aveva esaltato al massimo con l’arte del cattolico Michelangelo.
Ad ostacolarlo ed estirparlo è stato il marxismo accademico, sciatto ed antiestetista, che lo ha sostituito con l’ideale del “Botero”.






THE BEST OF AMY FADHLI






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"Ho notato, ma senza troppa meraviglia, che le donne brutte portano la loro bruttezza quasi con più alterigia delle belle che portano la loro bellezza. Perchè tutti, uomini e donne, di nulla son tanto sicuri quanto delle qualità che non hanno".

(Giovanni Papini)

La bellezza salverà il mondo. (Fëdor Mikhailovič Dostoevskij)

IL SUPERMAN RONNIE COLEMAN, 8 VOLTE MR. OLYMPIA

Ronnie Coleman, ex poliziotto, è l’emlema del superman, forte fuori e dentro.
La sua potenza fisica deriva dalla sua “potenza” interiore.

E' un kalos kai agathos checché ne dicano gli invidiosi e maldicenti di scuola italiota.
Un superman che ha scoperto il suo talento (calling) e lo ha fatto fruttare.
Un superman che ha capito la sua missione e l'ha compiuta.
Tanti vivono ma pochi capiscono e realizzano lo scopo (talento) della loro vita.





"I've had a good Christian background. I've always believed in God, and for the most part I've always believed that we're all here for a purpose, and everybody has a purpose in life - a calling. My calling is to be Mr. Olympia.
There is only one reason why I'm here and that is to serve God, and to do pretty much what he wants me to do. God is the person that put us here, and he put us here for a reason, and that reason is to serve him. If we're doing what we're supposed to be doing by serving him, then we're all living a very good life.
It reiterates and confirms the reason why I'm Mr. Olympia, and the reason why I'm Mr. Olympia is because God has chosen that destiny for me. That makes it real easy for me to train (laughs).
I'm doing what I'm supposed to be doing, what I was put here to do - serving God. So everything I do, I do for God. As long as you have that philosophy, then life will be real easy for you, for the most part".

(Ronnie Coleman, Mr. Olympia 1998-2005)




KALOS KAI AGATHOS

Fin dal mondo antico, in ambito platonico e poi stoico, il corpo viene sottoposto a giudizio: alcune parti vengono giudicate migliori di altre, in particolare - attraverso un’analisi di tipo simbolico - ciò che sta in alto sarebbe più nobile di ciò che sta in basso. Così nel corpo umano la testa e il volto (e in esso soprattutto gli occhi) esprimerebbero l’anima. Tra un bel volto e un bel corpo, bisognerebbe preferire dunque il primo caso, perché mostrerebbe un buon carattere. A questo proposito l’ideale di interiorità greco, e poi occidentale, è basato sul concetto di medietà, di ragionevolezza. Ciò significa che il carattere migliore è quello che vince l'irrazionalità dell’istinto, evita gli eccessi, e si comporta in modo equilibrato.
L’attributo con cui i Greci erano soliti indicare l’uomo ideale era kalos kai agathos (che in greco antico significa bello e buono), quindi l’aspetto fisico era posto sullo stesso piano di quello morale e l’uno non era completo senza l’altro; questa fu una concezione diffusa in tutto il mondo antico, anche extra-ellenico, ma che trovò in Grecia la sua massima espressione e rivestì importanza eccezionale in quel contesto.
La forza, la bellezza e l’armonia erano qualità capaci di dar lustro ad una persona almeno quanto l’intelligenza e la bontà d'animo, tanto che tutti gli eroi epici, da Omero in poi, vengono presentati come kaloi kai agathoi e in ogni poema sono presenti gare sportive la cui vittoria dà ai protagonisti lo stesso prestigio di una vittoria in una battaglia o di una trovata geniale.

Prima che la filosofia e la tragedia la mettessero in dubbio, anche la politica era permeata di bellezza: l'ideale aristocratico della kalokagathia significava infatti che l'essere "buono" (valoroso, ben nato, ben educato) non poteva essere disgiunto dall'esser bello (armonioso, nobile, splendente di gloria). Gli dei, i semidei, gli eroi, gli uomini che il mito e la storia ci tramandano, che la poesia e la statuaria ci consegnano, sono belli perché, nel loro corpo concreto, partecipano della misura divina del mondo. Una bellezza, dunque, al tempo stesso individuale e collettiva, soggettiva e oggettiva, naturale e umana.

“La potenza del bene si è rifugiata nella natura del bello” scriveva Platone.

La bellezza del fisico corrisponde, insomma, alla perfezione morale (kalokagathia). L'attività atletica diventa un elemento di basilare importanza nell'educazione del giovani, accanto all’insegnamento delle discipline intellettuali. Lo sviluppo di un’armoniosa muscolatura, l’agilità, la destrezza fisica e l’attività ginnica in generale sono considerati nel V secolo a.C. sullo stesso piano e con lo stesso valore delle attività intellettuali ( e qui è inevitabile il paragone con gli USA contemporanei). Sorgono e si moltiplicano in tutte le società greche appositi edifici, ginnasii, necessari ed indispensabili per una corretta educazione (paideia) dei giovani.

Il concetto greco non può che riflettersi nelle sculture della grecità e in quelle del Rinascimento italiano, più di ogni altro continuatore di quest’ideale.

Sconcertante e stridente è quindi notare come oggigiorno in Italia, nazione che più di ogni altra, dopo la Grecia classica, ha esaltato questo aspetto nell’arte attraverso i suoi grandi creatori, i parametri di giudizio siano anni luce lontani da questo concetto.

Ci sono agathoi, kaloi e soprattutto, e purtroppo, kakoi ( brutti e cattivi, l’opposto del kalos kai agathos) ma non emergono, anche se ci sono, i kalokagathoi. Perché?

Il kalos è visto quasi sempre con sospetto e invidia, invece in esso non può esserci che ammirazione e rispetto. Il kalos sembra escludere automaticamente l’agathos e viceversa.

L’agathos anch’esso è sottovalutato e raramente valorizzato, tanto che la politica italiana, a differenza di quella greca antica, è la negazione stessa della kalokagathia, giacchè è gia tanto trovare in essa qualche persona agathos.

Questo perché la cultura italiana ha, almeno dal dopoguerra preso una parabola discendente che nelle sue conseguenze coinvolge pressoché tutti indistintamente e incoscientemente.

Si è affermato il predominio dell’ideale, nell’Italia di Michelangelo, per il kakov derivato da una visione materialistica e nichilista immessa da una "certa" cultura post-bellica che in 50 anni non poteva che provocare questo.

L’agathos trova sempre meno spazio e di conseguenza pure il kalos.

Il kalos kai agathos non emerge perché ostacolato dall’invidia e dal pregiudizio dei kakoi kai aiskroi che, lo condannano per il suo kalos senza curarsi del suo agathos. E lo stesso fanno i semplici agathoi , spesso sviati dal metro di giudizio sbagliato ma dominante diffuso dalla cultura dei kakoi.

Questa visone traviata anche qui non può che riflettersi in un arte rappresentativa di ciò e perciò povera e negatrice della kalokagathia

L'ideale greco della kalokagathia sembra solo apparentemente riemergere nella nostra società, se solo si osserva la cura quasi maniacale della forma fisica che ci viene proposta da certi modelli mass-mediatici. In realtà il contesto è profondamente mutato e le differenze non sono di poco conto. Oggi i corpi palestrati e scultorei rischiano di essere immagini patinate che nascondono una profonda fragilità interiore, una perdita dei punti di riferimento, una continua insoddisfazione anche in rapporto al proprio aspetto fisico. Vi è in questo anche un desiderio di "omologazione" a certi modelli che spesso appaiono surreali, ma che vengono pervicacemente perseguiti. In realtà la persona (anima e corpo) ha una sua "unicità" che in qualche modo esige di incarnarsi in una forma di bellezza e di salute (fisica) che sarà unicamente "sua", speciale, irripetibile, non omologabile.

Gli USA in questo senso sono i moderni continuatori della Grecia classica e dell’Italia rinascimentale per quanto riguarda l’ideale della kalokagathia.

Lì il kalos non può che suscitare ammirazione quasi più dell’agathos ma qualora coincida col kalos kai agathos, è stimato, rispettato e valorizzato e non pregiudizialmente condannano solo per invidia del kakos come avviene in Italia.

Se quindi anche lì l’arte magari non riflette ciò per una generale crisi della stessa, il gusto e l’ideale della kalokagathia è ben rappresentato da competizioni che ne esaltano e continuano l’ideale. Atleti, come certi bodybuilders, ricalcano fedelmente il kalos kai agathos. Il semplice fatto che si occupino della "scultura" del corpo implica intelligenza, gusto del bello e di conseguenza è pressoché impossibile che una siffatta persona sia considerata un semplice kalos o peggio un kakos.

L’Italia, grande modello in passato di kalokagathia al pari della Grecia, se vuole risollevarsi culturalmente, e quindi anche politicamente, deve riappropriarsi di questo ideale che ormai non riesce più a concepire per quanto è impregnata di kakov.