Con “Lacerba” di Papini e Soffici è stata la più rivoluzionaria rivista del primo novecento italiano.
Nato nel 1882 a Perugia, Prezzolini muore centenario in Svizzera, a Lugano.
Nel settembre 1922 pubblica su "La Rivoluzione Liberale"di Piero Gobetti il celebre articolo Per una società degli Apoti in cui teorizza l'isolamento degli intellettuali (coloro che "non bevono" le bugie della politica).
Dal 1923 al 1950 visse in America e insegnò letteratura italiana presso la Columbia University.
Approdatovi come segretario di un istituto culturale delle Nazioni Unite, lo scrittore aveva imparato a conoscere, apprezzare e osservare con occhio critico quel Paese.
Pubblicò tra il '37 e il '39 i primi due volumi dì un Repertorio bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana dal 1933 al 1942. Ritornato in Italia, con frequenti interventi giornalistici ha continuato a svolgere il suo ruolo di intellettuale indipendente, con un orientamento politico marcatamente di destra.
Nella elegante prosa che in ogni articolo regala ai lettori, Prezzolini affronta i pregiudizi che gli italiani hanno nei confronti degli americani, quindi le varie difficoltà di comunicazione tra i due popoli: così gli pare utile parlare ai propri connazionali di vizi e virtù di quel grande Paese, aprendo, attraverso la conoscenza, un utile e più consapevole dialogo.
Prezzolini in gioventù riteneva l’America un paese sostanzialmente “barbaro” la cui produzione intellettuale rivelava “uno stato d’animo infantile, senza fissità, senza tradizione, con tutti i caratteri della goffaggine smaniosa e della selvaggeria brutale dei periodi primitivi”.
Quando la conobbe si ricredette. Adesso nella democrazia americana ritrova quei caratteri positivi venuti ormai meno in Italia e di cui ormai era un assiduo fustigatore dei costumi.
Proprio per questo motivo Prezzolini viene etichettato spesso come “l’antiitaliano” da coloro che ne sarebbero invece a pieno titolo meritevoli.
Prezzolini, da sempre intellettuale indipendente, svincolato da partiti politici, non sostenne mai il fascismo pur ammirando Mussolini, da sinistra veniva considerato “fascista” e da destra venne di fatto ignorato.
Facendo un bilancio della sua vita nella sua celebre autobiografia “L’italiano inutile” (1954) Prezzolini faceva notare come in America avesse trovato la sua dimensione lontano da quell’Italia che lo aveva respinto e valorizzato poco rispetto a quanto meritasse.
“Fu allora che m'accorsi che c'era stato fra i miei compatrioti e me una incompatibilità di carattere in tutta la mia esistenza. E’ tutta colpa mia, evidentemente; cinquanta milioni di Italiani han sempre ragione se nasce fra loro qualcuno che non continua la loro tradizione, che non s'adatta alla loro maniera di vivere. Avrei dovuto capirlo prima dal fatto che ho dovuto recarmi all'estero. In cinquant'anni di vita letteraria italiana nessun giornale italiano mi ha creduto capace d'esser un corrispondente in qualche paese di fuori, o in qualche regione di dentro; nessun editore si è mai sognato che potessi scoprir per lui degli autori o dirigere una rivista; nessun ufficio si è aperto per me, e non parliamo delle università. Avrei potuto fare, mi pare, per il mio paese quello che ho fatto per altri paesi. Ho conosciuto parecchi Italiani corrispondenti, editori, consoli, direttori di riviste e di giornali, inviati misteriosi o palesi di organizzazioni, rappresentanti di commercio: non ero meno intelligente, non meno onesto, non meno colto, non meno capace di lavoro e di fedeltà di quelli che ho veduto. Ma, evidentemente, ero antipatico agli Italiani, o almeno a quella parte degli Italiani che contano di più e che avrebbero potuto adoperarmi. C'e qualche cosa in me che « non va » agl'Italiani. Alle volte mi meraviglio che non mi sia stata fatta la nomea di « jettatore ». Ma non c'e mancato che quello.
Non poso, ben inteso, a genio incompreso in patria: so di non esser un poeta, ne uno scrittore, non un artista ne un uomo politico; fui soltanto un uomo pratico, che avrebbe potuto esser utile in patria. Avrei desiderato d'esser utile al mio paese, ma non ci riescii mai. Che cos'altro volli con La Voce, nella Casa Italiana, come editore? (…)
Sulla mia inadattabilità al « clima » italiano ci son due teorie: una dei miei amici, ed una mia.
La teoria dei miei amici e che io ho un “caratterino”, come dice qualcuno benevolo, o un caratteraccio, come dice qualche altro meno ben disposto. Son stato giudicato bizzoso, bastian contrario, pignolo, freddo, protestante, diffamatore, non conformista, ipocondriaco, e l'ultimo che me ne disse una mi assicurò che è un peccato volermi bene. Ci dev'esser del vero davanti a un suffragio cosi generale, ma come si spiega che ho passato cinque anni in un ambiente difficile come la Società delle Nazioni, e venti anni in Columbia University, senza suscitar l'avversione di cui godo in Italia? E che i soli che in America mi dettero dei fastidi furono i fuorusciti italiani o certi Italoamericani?
Devo confessare che ho collaborato anche io con qualche pennellata a questo ritratto, una volta che m'era stato creato, e con qualche successo, prendendo tutte l'occasioni che mi si paravan davanti d'esser sgradevolmente sincero, anche quando non ce ne sarebbe stato di bisogno. Ho un incerto dove ho consegnato tutte le « Letteracce » che ho scritto in questi anni di morte, come se fossi nell'altro mondo, e quindi non avessi più interessi terreni. Formerebbero un piccolo ma saporito volume di spazzolate, pettinate, graffiate dell'albagia, della retorica, della prepotenza, della vanità, della malafede di parecchi Italiani e di qualche Americano con i quali ho avuto a che fare. La mia popolarità non è certo cresciuta: ma la soddisfazione fu grande. Un giornalista ed un diplomatico, che ne lessero una, me l'invidiavano. Io son incerto. Lo stipendio e certe possibilità di potere, ch'essi avevano, e che io non ebbi, eran forse da preferire alle soddisfazioni di scriver una letteraccia. Son diventato diffidente degli ideali e degli eroismi: e l'indipendenza è un abito che costa caro. Diciamo dunque che ho il vizio dell'indipendenza e, come alcuni che hanno dei vizi, son disposto a pagare quello che costa, perchè non ne posso far a meno.
Ma non voglio farmene un merito, e metterlo in mostra come una decorazione.
La teoria mia sostiene che presso gl'Italiani scarso è il senso sociale. Ognuno pensa ed agisce come se fosse solo al mondo. Il senso sociale dei più arriva fino alla famiglia ed e fortissimo, ma tanto da non lasciar posto per altro.
Questa mancanza di senso sociale dei più si sente nelle piccole cose della vita come nelle grandi della politica. Per me è diventato un esercizio d'ironia scoprirlo in parecchie piccole manifestazioni, dove forse sfugge ad altri. (…)
lo, invece, sarei stato felice di poter lavorare in compagnia e di « servire », ma con dignità. Sarebbe una grossa bestemmia dir che in Italia chi fa lavorare gli altri, in alto come in basso, adopera spesso maniere che non son conciliabili con il rispetto umano? E lo fa senza accorgersene, tanto gli par naturale e tradizionale?
Quando trovai chi ne sapeva più di me, e mi trattava con rispetto, non m'è parso vero di dedicarmi a chi chiedeva con autorità e con buona maniera. Trovai questo in Francia e in America.
Ma da lontano provo un'ammirazione per l'Italia e per i suoi geniali abitanti molto maggiore di quella che avrei se fossi abitatore. Quanto ingegno negli scrittori, quanta fantasia negli artisti, quanta abilità nei politicanti, quanta energia nel popolo che lavora, quanta capacita nel soffrire, quanta vitalità nel procreare e nel riaversi dai colpi della fortuna! Così vado dicendo a me stesso.
I libri, le riviste che ricevo dall'Italia mi presentano spesso delle pagine che leggo con avidità, le conversazioni che ho con qualcuno che si avventura a venir a cercarmi mi narrano vicende che mi colpiscono. Ho detto che non sono un genio incompreso, ma direi che son un « innamorato respinto ».(…)
“Tutto il male dell’Italia deriva dall’anarchia. Ma anche tutto il bene”. (Giuseppe Prezzolini - Codice della vita italiana)