Quest’anno, oltre a quello di Giovanni Papini (più volte ricordato nel mio blog) ricorre il cinquantenario di un altro grande scrittore italiano del novecento: Domenico Giuliotti.
Domenico Giuliotti è uno scrittore a suo tempo di indubbio e riconosciuto spessore letterario ma oggi di fatto sconosciuto, vittima come Papini, Prezzolini, Soffici e altri scrittori, di un’epurazione mirata e voluta a danno di quelli artisti, liberali, cattolici o anarchici, scomodi e non allineati all’ideologia marxista post bellica.
Giuliotti, il più grande poeta cattolico del novecento a detta di Giovanni Papini, nasce a Luciana, una frazione del comune di San Casciano Val di Pesa, in provincia di Firenze, nel 1877. Resta per tutta la vita tenacemente legato all’ambiente toscano, che fa da sfondo ideale ai suoi bozzetti.
La sua carriera letteraria ha inizio con un libro di versi, Ombre d’un’ombra (Città di Castello 1910). Fra il novembre e il maggio 1914 fonda a Siena, insieme a Federigo Tozzi, la rivista col titolo significativo: La Torre. Organo della reazione spirituale italiana, di matrice cattolica reazionaria (negli anni Trenta scriverà sul “Frontespizio” di Piero Bargellini). Negli stessi anni s’era intanto legato di fraterna amicizia a un altro dei grandi “maledetti toscani” dell’epoca, il poliedrico e geniale Giovanni Papini, con il quale ha in comune l’iter dall’iniziale ateismo al cattolicesimo più intransigente.
Sarà proprio Giuliotti a contribuire in modo decisivo alla conversione dell’ex “nemico”.
Nel 1918 esce l’Antologia dei cattolici francesi del secolo XIX, dove egli dichiara le sue “affinità elettive”: De Maistre, Léon Bloy, Hello, Barbey d’Aurevilly.
Dopo
Giuliotti, legato ad una concezione del mondo rigidamente cattolica e reazionaria, accusa la civiltà moderna di aver abbandonato la fede, per cui non riesce più a risolvere i problemi esistenziali. Giuliotti ha nostalgia dell’analfabetismo, perché sapeva “leggere in Dio”, e si considera un “assolutista in ritardo”, un “cattolico-gambero, retrocedente sino alla Bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII”.
Il suo ideale politico-sociale prevede uno stato teocratico con al vertice il Papa, come tutore della morale e della fede cristiana e come unico sovrano degno di legiferare e governare.
Nel 1923 esce il famoso e incendiario Dizionario dell’Omo Salvatico (nel senso di “uomo che si salva”), opera scritta insieme a Papini. Dopo una serie di dediche pungenti ad amici e nemici, ai mondani, agli eruditi, ai pedanti, ai filosofi, agli ebrei, ai protestanti, ai cattolici di nome ma non di fatto, e dopo una rassegna di personaggi immaginari che dovrebbero essere il simbolo della polemica degli autori verso il mondo moderno, la società laica, la libertà di pensiero anche nella politica, il “Dizionario” comprende una sequenza alfabetica di “voci” indirizzate a personaggi, a espressioni proverbiali e concetti, esaminati secondo la prospettiva di un cattolicesimo battagliero e reazionario. Nelle intenzioni dei due autori, quest’opera dovrebbe delineare un panorama non conformista del mondo contemporaneo, esprimendo come i problemi del vivere debbano essere energicamente risolti seguendo con fermezza la fede cristiana. L’opera, scritta con linguaggio colto e realistico, rimase incompiuta: uscì a Firenze solo il tomo I (lettere A-B).
L’opera fece scalpore e attirò moltissime critiche ai due autori che per replicare ad essere scrissero un libro ancor più vigoroso, Umilissime scuse, dove in realtà dopo aver chiesto ironicamente scusa, rincaravano la dose confermando in toto le tesi dell’opera precedente.
Altre opere di varia prosa e di saggistica sono: Tizzi e fiamme (Firenze 1925), Polvere dell’esilio (ivi 1929, poi 1951), San Francesco (ivi 1932), Il ponte sul mondo (Torino 1932), Le due luci: santità e poesia (ivi 1933), Il merlo sulla forca: Francesco Villon (Firenze 1934), Pensieri di un malpensante (ivi 1936), Jacopone da Todi (ivi 1939), Penne, pennelli, scalpelli (ivi 1942), Nuovi pensieri di un malpensante (Pisa 1947), Calendottobre (Monza 1952).
Giuliotti riprese dopo anni anche la produzione lirica: nel 1932 venne pubblicata a Firenze la raccolta sommativa Poesie, divisa in quattro parti: “Ombre d’un’ ombra, 1905-
Per quanto riguarda la narrativa, Giuliotti scrisse Raccontini rossi e neri (Firenze 1937), Il cavallo volante e Giri d’arcolaio (Le Monnier, Firenze, 1946). Quest’ultima è forse una delle più riuscite opere del nostro scrittore. Consiste in una serie di ricordi sulla sua vita, inframmezzati da descrizioni naturalistiche e spunti ed episodi evangelici nei i quali rivela tutta la sua consumata perizia stilistica e la fine sensibilità poetica.
Giuliotti fu polemista appassionato, energico, robusto, intransigente, spesso aspro come il suo amico Papini; ma seppe anche essere uomo sensibile e delicato. Indubbiamente fu più poeta rispetto a Papini, il quale, viceversa, fu più poliedrico, più “inventore”, più “titanico”.
Lo scrittore morì a Greve in Chianti (Firenze) il 12 gennaio del
ll più grande poeta cattolico del novecento, a suo tempo letto e tradotto moltissimo sia in Italia che all’estero (in Francia e Polonia soprattutto) ha subito un’epurazione tanto immeritata quanto scandalosa.
Le antologie letterarie di oggi non ne fanno menzione alcuna, per i compilatori Giuliotti sembrerebbe non essere mai esistito!
Semplicemente perché Giuliotti (come Papini, Annigoni e tantissimi altri ) era un artista di quel filone, cattolico o liberale, spregiato e non degno di menzione a detta di quei critici e professori post-1945 che hanno deciso che artisti sono solo coloro della loro stessa ideologia, marxista-nichilista-anticattolica.
“Il mio stile non rifugge, per necessità balistiche dall’espressioni volgari: non posso chiamare cigno un porco, né lo sterco ambrosia”
“Sono antiliberale, antidemocratico, antisocialista, anticomunista.
In una parola, antimoderno.
In questa Italia di briganti- pazzi vivo con la tristezza ostile di uno straniero che non ha più patria.
Sono dunque da voi dissimilissimo. Voi (professori) cercate di catalogare, mentre vi travolgono le ondate della piena, io (poeta) spero nell’auto-distruzione dell’anarchia e nella costruzione di una piramide, con al vertice il Papa e alla base il popolo.
Ecco il mio programma. Confrontatelo col vostro, una lirica accanto a un bilancio.
Da ciò l’impossibilità di intenderci”.
Ecco la ricetta per ottenere il liberalismo, il protestantismo, eclettismo, il moderatismo ecc.
Mazzini nonostante tutta la sua rivoluzione, è un moderato.
Posto fra De Maistre e Proudhon, la rachidinosità ciarliera di questo ridicolo “pensatore” di canna vuota, fa pena.
De Maistre deriva da Dio Papa e Re e, sotto il duplice arco, ordinatamente, fa passare il popolo. Proudhon, freddamente, con bestemmie atroci, nega Dio, perchè l'arco rovini e il popolo straripi nell'anarchia.
L'uno è la logica edificante, l'altro la logica demolente.; ma sono due logiche, e, perciò due forze.”
P.S Intanto Giovanni Papini, ignorato completamente dalla sua Italia (alla quale tanto ha dato) perfino nel cinquantenario della morte, viene prontamente celebrato del mensile messicano (!!!!!) Casa del Tiempo con lo speciale: Giovanni Papini a 50 años de su muerte.

